Autore: Umile Daniel Fabbricatore
Band: Tool
Album: Fear Inoculum
Genere: Progressive Metal
Nazione: USA 🇺🇸
Uscita: 30/08/2019
Etichetta: Century Media Records
Descrivere quello che si prova ascoltando un’opera musicale, metterne in risalto i prestigi, scovarne le ombre, e al contempo risultare appetibile a un pubblico che vuol mettersi in gioco nel discutere di arte o semplicemente scegliere quello per cui vale o non vale la pena perdere tempo, non è mai facile. Lo sa bene Salvino Chiegherin, critico di musica classica e brillante scrittore che nel dipingere l’opera di Johann Sebastian Bach, proferì al mondo:
“E’ un instancabile cercatore di Dio, che a lungo persegue con la mente e poi ritrova nel profondo del cuore“.
Bach, Mozart, Beethoven, Tchaikovsky, Wagner, e poi Muddy Waters, B.B. King, Robert Johnson o ancora Miles Davis, John Coltrane, Louis Armstrong, e infine Pink Floyd, Genesis, King Crimson. C’è un sottile filo di Arianna che lega questi nomi e tanti altri, nel labirinto del tempo, delle guerre, delle miserie e della paura della Morte, o anche volendo, della paura di vivere. Al di là dei generi, dei sottogeneri, delle razze e delle tradizioni, della cultura e dei costumi, il fine più sublime della musica è sempre stato quello di comunicare, trasmettere un sentimento da un essere all’altro, da un popolo all’altro, essere un linguaggio universale mentre si annega nella stessa identica paura dell’ignoto. E così venne Bach, e nelle sue composizioni tutta la frenesia, la serenità, l’inquietudine, l’illuminazione, l’estasi nella sua ricerca interiore della grande risposta, della grande rivelazione.
E così fu per la Settima Arte, quando alla fine degli anni ’20 Luis Bunuel “tagliando l’occhio di una donna” disse al mondo cinematografico che era giunto il momento di entrare nella mente umana, di catturare quello che non è tangibile, di raffigurare ciò che è invisibile, di descrivere quello che è indescrivibile. E venne Bergman, e i suoi elementi meta-cinematografici a sfondare la barriera tra il materiale e l’astratto, tra il corpo e la mente, e poi David Lynch, a scoprire luoghi meta-fisici e le mistiche creature che vi abitano, a sollevare il sipario tra la realtà e il sogno, tra il conscio e il subconscio.
E’ vero, l’uomo ha tante domande e poche risposte, qualcuno recentemente, per bocca di un suo personaggio, ha affermato: “ciò che sappiamo è una goccia, cioè che non sappiamo è un oceano”. E’ questo l’oceano in cui rischiamo spesso di annegare, discendendo, nella rapida obliterazione.
Esattamente 850 anni fa veniva alla luce tra le mura della casa di un mercante pisano, un famoso matematico chiamato Leonardo Fibonacci. Nel suo lavoro scientifico, individuò una successione di numeri (La Sequenza di Fibonacci) da cui è generata la cosiddetta “sezione aurea” ovvero la proporzione divina, il numero di Dio, le cui proprietà geometriche e matematiche ricorrono in svariati contesti naturali (nelle infiorescenze delle piante – tale disposizione è infatti la più funzionale a ricevere la luce solare, ovvero la fonte della vita – nel numero dei petali dei fiori, nelle stelle marine, nelle spirali galattiche), animali (nelle conchiglie dei molluschi) artistici (nell’architettura greca, nelle chiese medioevali, nei dipinti rinascimentali) e addirittura nella fisiologia umana (nel movimento dei passi e nei battiti cardiaci!).
Esistono dunque delle tracce, dei segni, che l’uomo può cogliere in mezzo alla distanza che lo separa dal divino, dall’essere nella sua completezza, dall’assoluto. Esiste una corrispondenza tra micro-cosmo e macro-cosmo, tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, diceva il filosofo Blaise Pascal, è l’uomo è disperso in esso. E la musica è appunto uno degli strumenti attraverso il quale comunicare, legarsi a qualcun altro, nobilitare l’anima e colmare l’incompletezza del proprio essere.
Nel mondo e nel tempo in cui viviamo, qualsiasi cosa è commercializzata, fatta oggetto delle leggi del mercato, del materiale: i corpi e l’immagine umana, i beni comuni e naturali, i servizi essenziali, persino i sentimenti. Non sfugge “l’arte” e implicitamente nemmeno la musica. Ma in mezzo a tutto questo, quando la regola è “non fate canzoni che durino più di 3 minuti e 30, che la gente si stanca e non vi ascolta più” esiste una band americana, che dopo 26 anni di carriera, di tutto questo se ne sbatte altamente il cazzo, e torna con un album in studio dopo 13 anni di silenzio e lo fa con brani dalla durata dai 10 ai 16 minuti di durata, con buona pace di chi invece fa le canzoni da 3 minuti e 4 note e viene immediatamente scalzato dalla vetta delle classifiche mondiali.
Ma andiamo con ordine. I Tool, oggi composti da Maynard James Keenan alla voce, Adam Jones alla chitarra, Justin Chancellor al basso e Danny Carey alla batteria, si presentano col loro primo album “Undertow” (1993) dalle praterie post-grunge a cavallo tra alternative rock e metal mettendo ben in chiaro che la band ha delle idee, e queste idee sono originali, efficaci, sensazionali. Lo step definitivo si ha infatti con “Aenima” (1996), quando la band giunge a quelle sonorità tese ad entrare nella psiche umana, a far vibrare le corde dell’anima e a trasportarla in quelle dimensioni spirituali e metafisiche che i sensi da soli non possono percepire. E’ nella traccia di apertura “Stinkfist” che ci consegnano il loro manifesto, sintetizzabile in questa mia umile parafrasi:
“Entreremo e scaveremo dentro di te, all’inizio farà un po’ male ma poi ti abituerai, e ne trarrai piacere“.
E così arriviamo al disco della perfezione “Lateralus” (2001) dove i pezzi combaciano, dove corrispondenze sonore trovano la loro perfetta collocazione, dove con i soliti 4 strumenti (è compresa la voce) si giunge su piani dell’esistenza finora inesplorati, la rievocazione di quel varco tra micro-cosmo e macro-cosmo che Fibonacci aveva portato alla luce. I Tool infrangono e ricreano le regole della musica, ne distruggono e ne ricreano l’essenza a livello molecolare, a livello delle sinapsi, penetrando fin dentro i più profondi anfratti dell’anima umana.
Così come in “10,000 days” (2006), disco profondo e segnato dai sentimenti personali di Maynard, che in generale lascia un po’ il tiro alla ricercatezza nelle sonorità degli strumenti e nella ricerca di soluzioni originali e complesse nella composizione dei pezzi ma che conserva e anche in maniera eccelsa l’imprevedibilità e la dimensione epica delle loro creazioni, completando con i precedenti due lavori un trittico di incommensurabile bellezza.
Arriviamo dunque a “Fear Inoculum” (2019), in un lasso di tempo enorme e inconsueto per i canoni della musica, tanta acqua è passata sotto i ponti e sulla nave sono saliti nuovi fan e quella vecchia guarda ad aspettare con grande frenesia la nuova creatura di Maynard & compagni. All’alba del 30 agosto 2019 il mondo tooliano e della musica in generale si svegliò diviso in due, quasi in due tifoserie, con una polarizzazione quasi paradossale e ridicola: “è la coronazione della carriera dei Tool”, “no, è la delusione del decennio”, “è l’album più bello di tutti i tempi!”, “no, è uno schifo”! In mezzo a questo duello rusticano, il sottoscritto crede che invece la verità sia, come molto spesso accade, lì nel mezzo.
La traccia che introduce all’album “Fear Inoculum” assolve brillantemente al suo ruolo: gli effetti della chitarra ultra-distorta di Adam Jones crea uno strato alienante ed ipnotico, poi ecco la batteria tribale di Danny Carey e quando il basso estatico e magnetico di Justin Canchellor si inserisce ecco che ci si trova avviluppati in quella dimensione sonora che solo loro sanno creare ed è in quei pochi minuti che li riconosci: sono loro, sono i Tool. Infine ecco la voce di Maynard che esordisce dolcemente per poi catturarci nell’epico ed emozionante ritornello. Fear Inoculum dispiega dunque la spirale tra riff progressivi, una ritmica incalzante e un assolo finale che incornicia ogni spira in un finale impeccabile. In “Pneuma” sale agli onori della cronaca la performance magistrale di Danny Carey con tempi indecifrabili, cambi di ritmo sontuosi e una potenza martellante da far impazzire. In quei 12 minuti di canzoni i suoi battiti sulle pelli vanno a creare un universo, tra corrispondenze armoniose, progressioni impercettibilmente chirurgiche, in vortici da perdercisi dentro all’infinito. Tutto questo dalla superba intro del pezzo, fino alla parte centrale dove rappresenta il telaio perfetto dove la chitarra può innestare i suoi riff super-evocativi. In generale, le sonorità, i riff non si distaccano e anzi sembrano ricalcare quanto di già sentito in “Lateralus” e la performance di Maynard, seppur efficace, sembra lontano dai fasti di 18 anni prima. “Litanie contre la Peur” rappresenta il primo brano strumentale del lotto, e consiste appunto in una litania composta elettronicamente e che appare al di fuori del concetto dell’album. Si prosegue con “Invincible”, pezzo che parte sommessamente per poi esplodere in maniera epica nel finale, e che presenta nel suo dispiegamento sonoro riff e ritmiche djent che trasportano l’ascoltare in un vortice fenomenale, e voci filtrate e intriganti e tutto è impreziosito dall’assolo con effetto pedale del bassista Justin Chancellor, altra vetta di “Fear Inoculum”. “Legion Inoculant” è un buon intermezzo che riesce a condensare l’atmosfera abissale ed eterea dell’album facendo da ponte per “Descending”, pezzo mastodontico, psichico e probabilmente una delle vette emotive dell’album, sopratutto grazie agli assoli e alle melodie rilasciate dalla chitarra di Adam Jones, ma anche all’atmosfera abissale, malinconica, cadenzata creata superbamente nella parte centrale del pezzo dall’accoppiata Carey-Chancellor. Anche qui non è difficile cogliere riferimenti a sonorità, soluzioni, riff, effetti, già utilizzati in “Lateralus” e “10,000 days” ma nel complesso il pezzo funziona e rappresenta uno dei picchi emotivi dell’opera. “Culling Voices” è un pezzo di sicuro emozionante, che cresce con gli ascolti e mette a nudo la faccia più delicata, melodica e intimista dei 4 membri dell band, deliziosa l’atmosfera creata delle chitarre e le tele dipinte con profonde e toccanti melodie di Adam Jones, quello che manca però è quel particolare effetto sorpresa, quell’ingrediente in più che i Tool aggiungevano a ogni loro creazione per renderla unica, originale, innovativa. Il terzo intermezzo “Chocolate Chip Trip” si sostanzia in un assolo di Danny Carey su uno strato di effetti elettronici, la tecnica del batterista qui è indubbia ma calato nel contesto dell’album sembra più un esercizio di stile che il pezzo di un unica grande costruzione musicale (no, the pieces don’t fit, ndr). Siamo infine giunti a “7empest” pezzo colossale (16 minuti e non sentirli) in cui Adam Jones sembra rilasciare l’energia assopita di 13 anni. La mole di riff e di assoli che il chitarrista innesta sul brano con potenza e precisione e che si concatenano in unico flusso di dimensioni e colori che scorrono e si marchiano a fuoco nel nostro cervello. Tutti i membri qui sono puntuali e incalzanti, tra cui Maynard funambolico nei momenti più incandescenti e carismatico nelle parti più sentimentali. Ottima la costruzione del brano che si chiude in maniera circolare e magistrale. Infine, l’outro “Mockinbeat” giocato su delle campionature di cinguettii e altri effetti, ma povero di contestualizzazione e generale ispirazione (nulla a che vedere con “Parabol” o “Eon Blue Apocalypse”). Finito il viaggio astrale e tornati nella dimensione della carne, tiriamo le somme di tutto quanto.
Non mi è difficile affermare che Fear Inoculum sia un ottimo album, colmo di sentimento e maturità, e che si pone al di sopra della media delle uscite annuali in ambito rock/metal. Ma è caratterizzato da 4 elementi che lo rendono inferiore al trittico precedente:
- in vari tratti, come spiegato, è facile distinguere richiami agli album precedenti, ad esempio nei riff portanti o nelle parti che fanno da collante da una fase del pezzo ad un altro (per fare un esempio, confrontare “Intension” da 10,000 days alla parte centrale di “Pneuma”), mentre prima quest’ultimi vivevano di lucida originalità;
- a parte “Legion Inoculant” gli intermezzi sono scollegati dal resto dell’album, a differenza dei precedenti lavori dove gli intermezzi sono parte integrante dei pezzi che introducono e annodano perfettamente il concept dell’album;
- soprattutto in Aenima e Lateralus si respira quel senso di follia e di imprevedibilità che stordisce perpetuamente l’ascoltatore, quella spinta creativa che gli fa urlare: “che cazzo sto ascoltando???”, ma in Fear Inoculum vengono adottate soluzioni già ben collaudate, la costruzione dei pezzi segue degli schemi pre-esistenti e tutto e composto e suonato sì con maturità, ma con un senso di calcolo, di sicurezza, e non di giovane e fresca ispirazione;
- infine, in alcuni pezzi la performance del vocalist non risulta esplosiva e ben calato come negli anni d’oro, quasi come se non sempre fosse stato al centro del processo creativo dei pezzi (da aggiungere le liriche non così evocative e complesse come nei fasti di un tempo).
D’altro canto, ecco 2 elementi che da soli rendono “Fear Inoculum” un lavoro di grande spessore:
- la performance degli strumentisti è assolutamente perfetta, soprattutto dal punto di vista ritmico. La parte di batteria di Danny Carey è eccelsa, magistrale e rappresenta da sola un elemento di spicco di “Fear Inoculum” tanto da vivere e brillare di luce propria.
- per il resto, la produzione è altrettanto superba, in grado di mettere in risalto ogni sfumatura e ogni peculiarità del singolo strumento o della composizione generale, offrendo un ascolto tridimensionale e sontuosamente pulito.
Il male che ognuno di noi attraversa durante il viaggio della vita ci incute paura, sofferenza, depressione… ma la ricerca del bene, e del bello è fuori e dentro di noi, basta cercare, basta meditare, andare dove la spirale ci conduce. A volte è proprio la musica quello spiraglio di luce in fondo al tunnel.
Bless this immunity.
Voto: 83/100
Come ogni album dei Tool, consigliato a chiunque sia dotato di sentimenti umani.
Qui è possibile ascoltare la traccia “7empest”: