Haken – Virus

Band: Haken
Album: Virus
Genere: Progressive Metal
Uscita: 24/07/2020
Nazione: Inghilterra 🏴󠁧󠁢󠁥󠁮󠁧󠁿
Etichetta: InsideOut Music

Poliedri, poligoni e solidi platonici, figure geometriche ormai diventate un marchio di fabbrica nell’artwork del djent, genere di derivazione prog e math metal nato grazie alle intuizioni di band d’avanguardia come Meshuggah in primis, Periphery e Animals As Leaders. Ed è propro la forma icosaedrica della testa del batteriofago in primo piano sulla copertina di “Virus”, 6° opera in carriera per gli Haken, che ci introduce al meglio la formula della lega metallica che la prog band britannica ha plasmato nell’album sequel del precedente “Vector” (2018).
Quello che percepiamo fin da subito è che a differenza del predecessore, Ross Jennings & soci appesantiscono il carico del loro sound sgrassandolo da soluzioni eccessivamente catchy e melodiche e oliando gli ingranaggi del motore ritmico e solista di sonorità prog metal sempre più intricate, meccaniche e tritaossa dandoci respiro nella ballad innestata nel mezzo della tracklist, che infatti segue una costruzione precisa calcolata e circolare degna di un’opera prog. Infatti, se presentato come singolo la prima traccia “Prosthetic” poteva apparire scialba e fuori fase, all’interno dell’album rivendica decisamente la sua posizione e si configura come il detonatore perfetto per l’esplosione multisonora che verrà in seguito. La traccia apripista ci presenta dunque tutta la pesantezza che gli Haken riacquistano in questo nuovo lavoro, le chitarre dispensano riff pesanti come macigni e assoli lancinanti, con un lavoro di basso energico e spietato eseguito da Conner Green e mixato con impeccabile efficacia dall’ingegnere del suono Adam “Nolly” Getgood, ex bassista dei già citati “Periphery”. Il muscolo djent di virus si contrae prepotentemente nella successiva “Invasion”, dove il tripudio di riff infettivi e corrosivi rilasciati dalla coppia chitarristica Henshall-Griffiths viene sorretto dal drum working chirurgico di Raymond Hearne, innescando trame che assorbono l’ascoltatore in un vortice senza uscita. Ma questo non è il djent dei Meshuggah o dei soliti Periphery, è il djent degli Haken che rubano questo nuovo elemento e lo sottomettono alle loro regole e ai loro stilemi. Ne viene viene fuori uno dei pezzi più pesanti nella discografia della band ma anche uno dei più profondi e suggestivi. Non a caso nell’atmosfera e nel crescendo vocale che caratterizza il pezzo, i nostri sembrano strizzare l’occhio ai Leprous dei tempi d’oro, ma si sa: l’artista mediocre copia, il genio ruba. E dunque si procede con “Carousel”, una vera giostra del prog dove tutta l’essenza del genere anni ’70 fino fino ai giorni nostri viene riplasmato e ricondensato in un monolite sonoro impreziosito da un ormai indimenticabile assolo e che ci presenta perfettamente tutte le anime stilistiche della band, dalla componente melodica a quella più pesa, dai momenti più virtuosi a quelli improntati sulle emotività e sulla ricerca intimista. “The Strain” può essere forse considerato un momento atipico nel mezzo dell’album, nel cui ritornello la tecnica mostruosa che è il marchio di fabbrica della band lascia spazio a un suono più melodico e più catchy, non proprio virtuoso in termini di originalità e sperimentazione. Ma ha il pregio di introdurre perfettamente la successiva “Canary Yellow”, la ballata centrale nella playlist dove ci si ferma finalmente a respirare, ma è un ossigeno ricolmo di malinconia e dilaniante disperazione, dominata dall’esecuzione vocale di Ross Jeggings. Il vocalist del combo oltremanica durante tutta la durata dell’opera non si limita assolutamente a seguire il canovaccio tracciato dalla componente strumentale ma aggiunge un qualcosa in più, usando realmente voce come uno strumento, la giusta sfumatura dove serve, la corretta flessione dove necessario, la migliore accelerazione quando è il momento di caricare: riesce così a districarsi tra i momenti più profondi ed emotivi e quelli dettati da ritmiche serrate dove sembrava quasi impossibile cantare sopra. Infine parte la suite di 17 minuti intitolata “The Messiah Complex” composta da 5 movimenti, ben annodati e incastrati anche grazie ai nodi elettronici delle tastiere di Diego Tejeida, che comunque in tutti i punti giusti del percorso di “Virus” sfodera tutto il suo repertorio: effetti atmosferici, richiami sinfonici, melodie ben impiantate. La suite è impreziosita da un furbo richiamo a “The Cockroach King” traccia di punta dell’eccelso “The Mountain” (2013) e soprattutto dalla ripresa del tema melodico di “Prothestic” nel finale, il tutto legato da un breve ponte costruito dalle chitarre in un tocco di classe così elegante da portare alle lacrime il progster medio. A chiudere il viaggio, “Only Stars”, reinterpretazione in chiave vocale con sottofondo noise di “Clear”, intro di “Vector” andando così a chiudere definitivamente il cerchio.
Tirando le somme, “Virus” ci regala tutto quello che il prog metal può regalarci: tempi dispari, atmosfere evocative, elettronica ben dosata, cambi di ritmo e di sonorità virtuose, esecuzione chirurgica, influenze e commistioni con altri generi.
Gli Haken centrano un album ben riuscito nel suo complesso e in coppia con Vector, suonato con una tecnica mostruosa da parte di tutti i componenti, scritto con dovizia di particolari, e saldato da una produzione eccelsa. Però chiariamolo: “Virus” non rivoluziona il prog e il metal e le influenze dove loro affondano le loro radici sono sempre ben presenti e distinguibili, e forse in termini di sperimentazione, epicità musicale e atmosfera magica non siamo i livelli di “Visions” e “The Mountain”, dotati di un’ispirazione ben maggiore. Seppur non inventando nulla, ma plasmando ad arte quello che già esiste, loro riescono a stare sempre sul pezzo dal punto di vista sonoro e tenere il loro sound fresco e aggiornato. Infettatevi pure.


Consigliato a chi ama il prog metal in tutte le sue forme. Senza eccezioni.

Voto: 83/100

Qui il video ufficiale della traccia “Invasion”